15 Mar Trieste and the Meaning of Nowhere di Jan Morris
Ci sono città a cui sentiamo di essere legati a livello viscerale, come se risuonassero della nostra stessa vibrazione.
Trieste è una di quelle per Jan Morris.
“Trieste and the Meaning of Nowhere” è un capolavoro da leggere soprattutto per chi concepisce il viaggio anche come occasione per riscoprirsi e ritrovarsi.
La storia di questa città “cerniera” d’Italia – crocevia di popoli, culture, religioni e lingue diverse – si intreccia delicatamente all’autobiografia di Morris che negli anni Sessanta del secolo scorso è stata uno dei primi personaggi pubblici ad eseguire la transizione di genere.
Morris visitò Trieste la prima volta come soldato durante la Seconda Guerra Mondiale e l’anima “melanconica” della città, l’aveva colpita da ritornarci più volte.
Il volume offre una panoramica interessante della città: la descrizione del suo momento di grande splendore sotto l’Impero Austro-Ungarico, il periodo fascista, l’annessione tardiva (solo nel 1954) allo Stato Italiano ma anche celebra le sue eccellenze come le rinomate torrefazione Illycaffè e le Assicurazione Generali ma anche di una Trieste moderna, del fenomeno migratorio dal Mezzogiorno d’Italia verso questa importante città portuale del nord-est italiano.
“La dolce malinconia” è il leitmotiv che lega le pagine di queste libro, una città forse spesso non compresa, di certo non ancora meta del turismo di massa.
Un luogo schivo, riservato ma che accoglie chiunque a prescindere dal credo religioso, dalla lingua, dalla classe sociale.
Ricco di spunti di riflessioni il capitolo dedicato al concetto di “Nazionalita’” controverso e delicato specialmente in città di confine come appunto Trieste.
Dalle pagine di questo volume sembra che Trieste sia stata un’amica silenziosa per Morris, capace di comprendere profondamente il senso di solitudine e di non-appartenenza che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita.
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